Biografia

Ada Negri, la più grande poetessa lodigiana, forse una delle più importanti scrittrici del Novecento italiano, nacque a Lodi il 3 febbraio 1870; rimasta orfana del padre Giuseppe all'età di un anno, dovette adattarsi a vivere nelle misere stanzette della portineria di casa Barni, in Corso Roma, con la nonna che svolgeva compiti di portinaia, mentre la madre, Vittoria Cornalba, lavorava duramente come operaia presso il lanificio (el fabricòn), per far studiare la piccola "Dinin". Terminate le scuole elementari nel 1881, Ada rivelò un animo sensibile e una notevolissima intelligenza, per cui venne iscritta alla “Scuola Normale Femminile”: e il 18 luglio 1887 conseguì la patente di maestra elementare. Subito iniziò ad insegnare, prima al Collegio Femminile di Codogno, poi, a partire dal 1888, nella scuola elementare di Motta Visconti, dove passò il periodo più felice della sua vita (come ricorderà molti anni dopo in alcune belle pagine autobiografiche). In quegli anni, mentre maturava in lei una vivida attenzione alla condizione dei lavoratori sfruttati e malpagati, nacquero le sue prime poesie di appassionata denuncia, uscite sul “Fanfulla” di Lodi a partire dal marzo 1888 e confluite nel 1892 nella prima raccolta poetica, Fatalità, pubblicata da Treves e salutata entusiasticamente da Giosuè Carducci.

Ada NegriPer la fama acquistata le venne conferito il titolo di docente ad honorem all’Istituto Superiore “Gaetana Agnesi” di Milano, dove si trasferì con la madre, entrando in contatto con vari membri del Partito Socialista Italiano, tra cui Filippo Turati, Benito Mussolini, Anna Kuliscioff (di cui si sentiva sorella ideale); visse un’intensa e travagliata vicenda d’amore con il giornalista Ettore Patrizi, dalle idee socialisteggianti, che ben presto però si trasferì in America lasciando nella scrittrice una grande delusione (ancora inedite sono le lettere tra i due). Dal fallimentare matrimonio (1896) con Giovanni Garlanda, industriale tessile di Biella, nacquero Bianca, ispiratrice di molte poesie, e Vittoria, che morì a un mese di vita; poi il matrimonio tramontò e Ada, sempre più consapevole delle proprie qualità artistiche, proseguì la sua ricerca letteraria, incontrando un crescente successo di pubblico e di critica.

Nel 1913 per un anno si trasferì a Zurigo con la figlia, per tornare a Milano allo scoppio della guerra. Nel frattempo la sua fama cresceva e si consolidava, fino a farle ottenere nel 1931 il Premio Mussolini per la carriera e nel 1940 (prima e unica donna) il titolo di Accademica d'Italia, dopo che già negli anni venti aveva sfiorato il Nobel (assegnato invece nel 1926 a Grazia Deledda). Nel capoluogo lombardo morì l’11 gennaio 1945.

 La sua prima produzione venne letta come poesia “socialista”, di ribellione: ma non si deve sottovalutare l’anelito spirituale che fin da allora l’animava, e il cui sviluppo porterà a un deciso cambio di prospettive nel corso degli anni. In un’intervista a Luciano Berra del 1931 la scrittrice sessantenne diceva: «Ho sempre creduto in Dio. Non mi sono mai sentita lontana da Dio. È vero, c’è stato un tempo in cui la mia fede era più fiacca, impigrita. Ma ora ho salito tutta la scala della sofferenza, e Iddio lo vedo più intimamente innanzi all’anima mia»; in tal modo ella metteva in luce la propria fedeltà a Dio, ma anche il lungo cammino percorso negli anni, la progressiva e faticosa riscoperta dei valori cristiani, attuata soprattutto nelle raccolte tarde. Sfatando quindi in parte un’immagine vulgata della Negri come miscredente, barricadiera «vergine rossa» (così, sulle orme dell’anarchica comunarda Louise Michel che per prima aveva ottenuto tale appellativo), vanno piuttosto colti i tormenti e i turbamenti di una giovane che vedeva perpetrare intorno a sé soprusi e ingiustizie, ed era per questo pronta a sfidare il «grasso mondo di borghesi astuti / di calcoli nudrito e di polpette» per avventarsi contro di loro «con la frusta del bollente verso». E se già nelle prime tre raccolte aveva evidenziato aspetti di una religiosità travagliata e ardente, è con la quarta raccolta (Dal profondo, Milano, Treves, 1910) che la svolta contemplativa sembra accentuarsi, con riferimenti alla fratellanza, alla preghiera, al perdono, all’introspezione dei sentimenti. Tale concezione si affina e si precisa ulteriormente nella quinta raccolta poetica, Vespertina, dove il monologo interiore batte sul tema della sofferenza inevitabile, ma si appaga anche nella contemplazione dei doni ricevuti, la porta a ringraziare Dio con le parole delle preghiere canoniche, e talvolta con lo slancio e l’ardore di una mistica. E anzi l’intera sezione finale, intitolata Atti di grazie, è un inno di lode a Dio per le bellezze del creato, dove la poetessa contempla «le gemme / del glicine» e «l’ombra della pergola», «le spine / delle robinie» e «gli occhi delle mammole», «i voli delle rondini» e la madre che si affaccia al balcone con il suo bimbo. E se «i rami armati» delle robinie sono intrecciati «con gli squallidi aculei corone / di Passione», ella si sente «pensosa / del Figliuolo di Dio grondante sangue / di sotto il serto che a Lui cinse l’uomo» e non può fare a meno di risalire «nel cuore, il suo Calvario».

Ada Negri L’anelito di ribellione che era prevalente nelle raccolte giovanili si è via via evoluto e riscattato, da convinzione ideologica si è trasformato in consapevolezza teologica, si è cristianizzato e umanizzato, tanto che l’anziana poetessa ha avuto modo di cogliere l’illusorietà del credo socialista vagheggiato in gioventù, e può, quasi in punto di morte, invocare il Signore perché compia in lei il mandato che ella sente di non aver saputo portare a compimento.